Il dialogo come costruzione di una Europa solidale

Il dialogo come costruzione di una Europa solidale

✠ Mariano Crociata

Solidarietà e dialogo sono due parole ricorrenti di questi tempi un po’ in tutte le sedi del dibattito pubblico, non solo in riferimento all’Europa. E quando c’è inflazione di parole, conviene farsi più accorti nel loro uso, per evitare la loro svalutazione e quindi la perdita di significato.

Solidarietà ha una funzione strutturale nel lessico europeo fin dalle origini, consegnato poi nei Trattati e nelle Carte che dell’Unione Europea condensano identità e finalità. D’altra parte il dialogo come metodo e strumento di incontro e di scambio conosce da sempre una pratica molteplice nell’attività dell’Unione Europea, in senso politico, sociale, con i cittadini, con i giovani, con le istituzioni religiose, sull’agricoltura, sullo stato di diritto, solo per citare alcuni ambiti di applicazione ed esercizio.

A ben riflettere, tuttavia, questo genere di constatazioni ha l’effetto di mostrare la debolezza di uno stato di cose che misura immediatamente la distanza tra il significato delle parole e la realtà, lasciando libero campo alla retorica. Se la percezione della distanza tra idea e realtà è sempre dietro l’angolo di ogni discorso su principi e valori, essa vale ancora di più in tempi come quelli che viviamo.

Se, a proposito dell’Unione Europea, è stato sempre difficile dialogare e costruire solidarietà, adesso sembra diventato, a detta di alcuni, un compito semplicemente impossibile. È vero che del quadro complessivo di ciò che abbiamo conosciuto nell’equilibrio delle forze interne, in Europa, e di quelle esterne, è stata completamente stravolta – se non altro negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi – l’immagine che abbiamo ereditato del nostro continente e del mondo intero. Una sommaria rassegna di fenomeni oggi dominanti nello scenario europeo e mondiale possono legittimamente indurre allo sconforto, anche se non è a questo che possiamo e dobbiamo fermarci.

Pensiamo alle tensioni geo-politiche che hanno stravolto l’equilibrio vigente almeno da decenni in Europa e nel mondo, con l’emergere di superpotenze determinate a far valere la propria forza su altre nazioni fino a sottometterle o a renderle dipendenti, calpestando diritto internazionale e multilateralismo. Pensiamo, per il nostro continente e per i suoi singoli paesi, alla polarizzazione crescente in corso da qualche tempo, che vede l’emergere di forze politiche che hanno come obiettivo quello di destrutturare e scomporre, ma non si sa per costruire cosa. Accanto a questo le tensioni tra le varie parti politiche sembrano aver perduto di vista un bene collettivo che dovrebbe essere la meta a cui ogni azione politica dovrebbe tendere. Fa impressione vedere emergere nel Parlamento e nelle istituzioni europee forze che hanno come programma quello di distruggere l’Unione, con il sottinteso o dichiarato intento di affermare solo le singole nazioni, in un tempo in cui la forza geopolitica di un paese è poco più di quella di un fuscello a fronte delle potenze dominanti, per non dire del peso economico, largamente sopravanzato dalla più piccola delle multinazionali che dominano la finanza e l’economia globali.

Se guardiamo più da vicino l’Unione Europea, non sono pochi gli ambiti nei quali la logica della solidarietà sembra direttamente contraddetta non solo al suo interno ma anche verso l’esterno, come nel caso di migrazioni e asilo, o ancora nella resistenza ad assumere il debito comune necessario per finanziare i grandi investimenti nei settori della difesa e della tecnologia, indispensabili per la sopravvivenza stessa dell’Unione. Tanto più che, con la pervasiva diffusione dei media e ora della AI, gli ambiti della informazione e della comunicazione pubblica sembrano sempre più minacciati dalla disinformazione, dalla diffusione di false narrazioni e verità, che manipolano opinioni e coscienze, a favore di un populismo che insegue semplificazioni ingannevoli create unicamente per condurre le masse alla credulità e al favore verso l’interesse del forte o, meglio, del prepotente di turno.

Di fronte a un quadro così fosco seppure appena accennato, il compito della solidarietà attraverso il dialogo può apparire insostenibile o perfino velleitario. Lo sguardo che ci viene dalla fede e dalla sua proiezione sociale ci permette però e anzi ci impone di vedere le cose diversamente. Si dovrebbe mettere in gioco in questa prospettiva la virtù della speranza, che conferisce la capacità di vedere attraverso il presente un possibile futuro disegnato non dal sogno o dal volontarismo, ma dall’ascolto di una promessa di bene che è certa per la parola di chi la pronuncia e dalla fede di chi la ascolta. Il credente, sperando, vede ciò che attende con certezza e si adopera per affrettarlo.

Di fronte a scenari sempre più drammatici, a mancare è innanzitutto la fiducia nella forza del bene, nel patrimonio acquisito di esperienze di solidarietà, nella presenza di un popolo numeroso di persone di buona volontà su cui possiamo contare. Noi stessi il più delle volte ci allineiamo nelle file di quelli che hanno paura e dalla paura sono vinti. E chi è vinto dalla paura ha già perduto tutto. La prima cosa a mancare è la fiducia in noi stessi, in ciò che abbiamo ereditato e di cui siamo portatori, e nella capacità di capovolgimento delle situazioni che tutto ciò custodisce.

Accanto a questa forza interiore, alla quale non dovremmo stancarci di aggregare quanto più possibile altri, dobbiamo ugualmente credere alla potenza del dialogo. Su questo le cose sono rese complicate da tanti fattori, tra i quali l’ideologia, che acceca e ottunde il pensiero critico, e la determinazione altrettanto cieca della volontà di potenza, per citarne due tra i principali. Sul primo versante sono da mettere in campo gli esempi e le esperienze concrete possibili di solidarietà realizzate e nello stesso tempo la volontà pacata e tenace di portare argomenti, di sollevare dubbi, di alimentare pensiero critico; non ultimo è determinante capire le ragioni che motivano e generano i fenomeni di contrapposizione sociale e di odio e ribellione generalizzata. In questo senso sono da valutare e fare oggetto di riflessione e iniziativa sociale e politica le disuguaglianze, la precarietà economica, il senso di insicurezza e di paura di fronte al clima di tensione sociale locale e globale, con tutte le conseguenze di disagio personale e collettivo che esso produce.

Sul secondo versante, con chi non vuole dialogare si tratta di assumere una postura anche concreta di sicurezza e di deterrenza, ma senza mai dismettere la volontà di ascolto e di incontro. L’atteggiamento e l’immagine della debolezza non sono meno pericolosi di quelli della ritorsione e della minaccia. La forza, insieme morale e fisica, chiaramente volta alla difesa, è la condizione per essere presi in seria considerazione da chi non vuole sentire ragioni, e per questo va accompagnata instancabilmente con iniziative di dialogo, in tutte le forme che esso può assumere, dagli incontri personali a quelli diplomatici, dalle collaborazioni umanitarie a quelle forme di incontro anche a livelli e in ambienti diversi da quelli strettamente politici e istituzionali.

I quali ultimi nondimeno hanno bisogno di essere coltivati con una assiduità che non si stanchi di mirare all’unità nella diversità, per stare al motto dell’Unione Europea. Nelle sue istituzioni a dominare il confronto sono i gruppi di interesse di tipo politico ed economico. Dovrebbero crescere quelle presenze ‘politiche e istituzionali’ che hanno a cuore ‘l’intero’, il bene di tutti e perciò dell’Unione nel suo insieme. Si tratta di immettere in tutte le componenti del confronto democratico la convinzione che l’anima delle istituzioni democratiche non sono tanto le procedure, ma piuttosto il pensiero, l’aspirazione e in ultimo la volontà di perseguire, insieme al legittimo interesse di parte, il bene di tutti. Bisognerebbe far valere la regola non scritta di non arrivare mai a ostacolare o impedire il bene di tutti a motivo dell’interesse di parte.

Deve diventare possibile parlare di e praticare principi e valori condivisi; bisogna riscoprire il valore delle relazioni e della solidarietà a fronte di un individualismo che sta distruggendo le società europee. Il dialogo non è solo una tecnica o una pratica di dibattito e di confronto; il dialogo ha una struttura intrinsecamente etica, perché muove dalla coscienza e dalla convinzione che solo insieme si diventa umani e si fa crescere il bene che ciascuno e tutti insieme cerchiamo. In tutto questo, un peso particolare possono avere tutte le forme di dialogo che si sviluppano nella società civile e tra le religioni, contributo essenziale a far crescere un dialogo vero dentro le istituzioni sul piano politico e di esse con tutte le espressioni della società, non ultime quelle delle Chiese e delle religioni, peraltro secondo quanto sancito dall’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Per questo, anima del dialogo come costruzione di una vera e crescente solidarietà di comunità e di popoli sono insieme la cultura e l’educazione. La ricerca sincera dell’una e dell’altra trovano nella cura del cuore e della mente delle persone, a cominciare da chi sta crescendo, e delle comunità, il segreto per proteggere la società nazionale, continentale e mondiale dalla corsa verso l’imbarbarimento.

S.E. Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno e Presidente della COMECE (Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea)