Intelligenza artificiale: visioni distopiche
Intelligenza artificiale: visioni distopiche
di Peter Lah sj, professore ordinario, Decano della Facoltà di Scienze Sociali, Pontificia Università Gregoriana.
“Si tratta di problemi tecnici, scientifici e politici, ma non possono essere risolti se non partendo dalla nostra umanità. Deve prendere forma un nuovo tipo di essere umano, dotato di una spiritualità più profonda e di una nuova libertà e interiorità» (R. Guardini, Lettere dal Lago di Como. )
Il dibattito sull’intelligenza artificiale ha raggiunto il culmine. Gli sviluppi tecnologici sono a un punto tale che sembra imminente un grande sconvolgimento, con scenari immaginari che vanno dal catastrofico al salvifico, dalla distruzione totale dell’umanità alla sua elevazione a uno stato di coscienza superiore. In questo breve saggio vengono presentate tre visioni del nostro futuro con l’aiuto dell’arte, un mezzo che, a sua volta, deve sempre più la sua esistenza all’IA.
Io, robot: la scintilla dell’individualità
Il classico di Isaac Asimov, Io, robot, tocca molte questioni fondamentali riguardanti l’IA. Nell’adattamento cinematografico, un cervello computerizzato centralizzato si scontra non solo con i suoi creatori umani, ma anche con un singolo robot progettato con uno scopo speciale. Questo robot “ribelle” alla fine libera l’umanità e porta la libertà ai suoi innumerevoli compagni robot, modelli più vecchi considerati obsoleti e condannati all’annientamento.
Questa storia solleva una domanda fondamentale: chi sono io? Cosa rende speciali gli esseri umani? Due caratteristiche spiccano.
In primo luogo, ognuno di noi è unico. Siamo esseri particolari, definiti dal nostro posto distintivo nel continuum spazio-temporale. Sebbene siamo tutti composti dalle stesse particelle fondamentali, gli atomi specifici che costituiscono il mio essere non possono costituire contemporaneamente il tuo. Questa separazione fisica nel tessuto dell’universo garantisce la nostra individualità. La seconda caratteristica è l’autocoscienza. Sono unico e lo so. Questa autocoscienza implica l’azione e il libero arbitrio.
Il recente documento vaticano Antiqua et nova (AN) presenta la definizione classica di intelligenza, distinguendo tra due dimensioni chiave:
Nella tradizione classica, il concetto di intelligenza è spesso inteso attraverso i concetti complementari di “ragione” (ratio) e “intelletto” (intellectus). Queste non sono facoltà separate ma, come spiega San Tommaso d’Aquino, sono due modi in cui opera la stessa intelligenza… Intellectus si riferisce alla comprensione intuitiva della verità… che precede e fonda l’argomentazione stessa. Ratio si riferisce al ragionamento vero e proprio: il processo discorsivo e analitico che porta al giudizio. (AN 14)
In sintesi, l’intelligenza umana è più di un semplice calcolo probabilistico. Implica la consapevolezza di sé (sapere che sappiamo) e la capacità sia di ragionamento analitico che di comprensione intuitiva della verità. Questa capacità di meraviglia consapevole di sé è, di per sé, sorprendente.
L’esperienza umana trascende anche una definizione ristretta di intelletto. Come spiega ulteriormente il documento, la nostra razionalità modella ogni aspetto del nostro essere:
…il termine “razionale” comprende tutte le capacità della persona umana, comprese quelle relative alla conoscenza e alla comprensione, nonché quelle relative alla volontà, all’amore, alla scelta e al desiderio; comprende anche tutte le funzioni corporee strettamente correlate a queste capacità (AN 15).
L’intelligenza, nel suo senso più completo, non riguarda solo l’elaborazione delle informazioni, ma include anche “la capacità di assaporare ciò che è vero, buono e bello”. A questo aggiungerei la capacità di meravigliarsi, ciò che il filosofo Romano Guardini chiamava “interiorità”.
Wall-E: I pericoli del tempo libero automatizzato
Una seconda visione, più distopica, emerge dal film Wall-E. In questo futuro, il consumo sfrenato dell’umanità ha trasformato la Terra in una vasta landa desolata ricoperta di rifiuti. Un luogo abitato solo da un robot solitario immerso nel compito ripetitivo di smistare i detriti. Gli esseri umani sono fuggiti in una crociera cosmica di piacere, dove i loro corpi sono sostenuti da calorie abbondanti e le loro menti sono placate da piaceri artificiali.
Le immagini del film sono ricche di significato. Per questi consumatori passivi, la felicità è stata ridotta a una fuga dalla realtà, uno stato in cui perdono ogni capacità di agire, diventando così patologicamente obesi da non essere in grado di muoversi da soli.
Questa visione è in netto contrasto con quella che considera il lavoro una parte essenziale dell’esperienza umana. L’etica sociale cristiana, ad esempio, vede il lavoro non solo come un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma come una parte vitale della crescita personale e della costruzione della comunità.
Il lavoro ci dà un senso di responsabilità condivisa per lo sviluppo del mondo e, in ultima analisi, per la nostra vita come popolo (Fratelli Tutti 162).
Quando il lavoro è visto solo come uno strumento per generare ricchezza, i lavoratori sono valutati solo per il loro contributo netto. Questa razionalità tecnica li mette in contrapposizione con le macchine. Se gli esseri umani “perdono” contro l’automazione, non è a causa di una legge cosmica, ma perché qualcuno ha anteposto il profitto alle persone.
Il robot selvaggio: l’etica della cura
Nel terzo film d’animazione, un robot altamente intelligente si ritrova bloccato nella natura selvaggia. Si trova in una situazione per la quale non è stato programmato: si trova di fronte a un’oca orfana che lo considera come sua madre. Il robot è perplesso, ma intuitivamente “sa” che deve rispondere ai bisogni dell’oca. Con l’aiuto di altri abitanti della foresta, il robot supera molte frustrazioni per preparare il suo figlio adottivo a una vita indipendente
Questa storia mette in luce un significato più profondo dell’intelligenza che è in gran parte assente dal discorso attuale sull’IA: la dimensione morale. Ci sono verità che conosciamo intuitivamente e che ci spingono ad agire, anche se non siamo in grado di spiegarle completamente. Non si può rimanere sordi e ciechi di fronte alla sofferenza e ai bisogni dei nostri simili, umani o meno.
Questo tipo di intelligenza, radicata nell’empatia e nella cura, è presumibilmente al di là della portata delle macchine. Nella migliore delle ipotesi, esse possono osservare tracce comportamentali e calcolare correlazioni, ma è dubbio che possano veramente comprendere in senso umano.
L’intelligenza umana non è una facoltà isolata, ma si esercita nelle relazioni, trovando la sua massima espressione nel dialogo, nella collaborazione e nella solidarietà… Ancora più sublime della conoscenza di molte cose è l’impegno a prendersi cura gli uni degli altri (AN 18).
La scelta di strutturare questi pensieri attorno a tre film d’animazione non è casuale. Gli artisti spesso vedono il mondo con una chiarezza unica. Oggi l’animazione è un prodotto ibrido, una miscela di creatività umana e potenza computazionale. Se, in un futuro non troppo lontano, i creatori umani diventeranno obsoleti, le macchine continueranno a ispirare le nostre anime?
Queste visioni artistiche fungono da potenti stimoli, incoraggiandoci a riflettere non solo sul futuro dell’IA, ma, cosa ancora più importante, sulla definizione duratura di cosa significhi essere umani.