“Quel filo da Leone XIII a Leone XIV” è il titolo dell’articolo di Roberto Regoli pubblicato nella rivista mensile “Formiche” (Rubbettino editore, agosto-settembre 2026, pagine 48-49). Nello scritto l’autore pone in evidenza come la Dottrina sociale della Chiesa si sviluppi nel segno della continuità: un percorso che, dalla questione operaia alle sfide dell’intelligenza artificiale, mantiene al centro la dignità della persona, il bene comune e il rapporto tra fede e ragione.
Tratto da “Formiche”
Quel filo da Leone XIII a Leone XIV
di Roberto Regoli, Presidente della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI e Professore Ordinario di Storia contemporanea presso la Pontificia Università Gregoriana.
Il magistero sociale dei Papi si comprende secondo un criterio di continuità. Da Leone XIII a Leone XIV è stato costruito un corpo di dottrine coerenti tra loro con differenze dovute a nuovi approfondimenti e chiarimenti. E per questa ragione Papa Prevost interviene con l’enciclica per parlare non solo di intelligenza artificiale, ma di tutta la Dottrina sociale cattolica applicata alle nuove sfide del XXI secolo, avendo come criterio la dignità della persona umana, la ragionevolezza umana e l’intelligenza illuminata dalla fede Di fronte alle sfide socio-politiche i papi hanno risposto con un insegnamento (magistero), specialmente a partire da un documento di Papa Leone XIII, l’enciclica Rerum novarum del 1891, che voleva affrontare la cosiddetta questione sociale, generata dalla rivoluzione industriale. Con Pio XI (enciclica Quadragesimo anno del 1931) la locuzione “Dottrina sociale” designa l’insieme dell’insegnamento riguardante proprio i temi di rilevanza sociale.
Spesso si tratta di questioni contingenti, che possono ricevere risposte altrettanto contingenti. E per questa ragione non poche volte la Dottrina sociale, al di là degli enunciati di principio, nelle sue applicazioni è assai variabile. Non può essere differentemente. Prendiamo un esempio specifico, quello delle politiche migratorie. Secondo il catechismo della Chiesa cattolica, “le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei
migranti nei confronti del Paese che li accoglie” (art. 2241). Le “diverse condizioni giuridiche” dicono proprio la contingenza delle risposte nel tempo. I papi parlano e scrivono, ma poi la responsabilità è pienamente nelle mani dei politici. È da riconoscere che i pontefici hanno più seguito che anticipato il dibattito nelle materie sociali.
Ciò non desta meraviglia, perché Roma svolge un ruolo di raccordo, un ruolo autorevole di chi indirizza il dibattito e dice le parole risolutive. Raramente Roma gioca d’anticipo e nelle materie sociali è per lo più giunta in ritardo. Ciononostante le sue risposte rimangono centrali. Il magistero sociale dei papi si autocomprende secondo un criterio di continuità. Da Leone XIII a Leone XIV si è andato a costituire un corpo di dottrine coerenti tra loro e le differenze sono state dovute a nuovi approfondimenti e chiarimenti.
Si pensi al tema della pena di morte, che, a causa delle nuove concezioni della dignità umana e dei limiti del potere dello Stato, da una possibilità riconosciuta in tempi recenti è stata bandita dal pensiero cattolico (sotto Papa Francesco). Anche altre tematiche hanno vissuto il flusso del tempo. Si pensi al tema della pace, che è continuamente
indicato come orizzonte della convivenza umana dai papi: dagli interventi di Benedetto XV e Pio XII durante le guerre mondiali, che ritenevano tutto perduto con il conflitto, agli interventi di Leone XIV che parla di una pace disarmata e disarmante. Giovanni Paolo II con gli incontri di Assisi ha voluto coinvolgere tutte le religioni in un discorso per la pace (anche dopo l’11 settembre 2001) e Benedetto XVI ha allargato questo impegno non solo alle religioni ma a tutte le etiche, anche quelle dei non credenti. E su tutto ciò si staglia il principio della “guerra giusta”, che parla di difesa e non di offesa, di un intervento proporzionato all’aggressione, ritenuto di successo (catechismo Chiesa cattolica, (2309). E di questo principio si è parlato per giustificare la risposta dell’Ucraina alla Russia, ma non per l’intervento americano-israeliano in Iran.
Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas parla di questo principio ribadendo che esso non può essere strumentalizzato per giustificare qualsiasi guerra (192). D’altra parte nel cattolicesimo si distingue la violenza dall’uso della forza, tanto che lo stesso Concilio Vaticano II può parlare con elogio dei militari (“si considerino anch’essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace”, Gaudium et spes, ( 79).
Alcuni principi si ribadiscono nel tempo. Si pensi a Pio XI che enuclea il principio di sussidiarietà, che diverrà un elemento permanente della Dottrina sociale. A livello di continuità troviamo anche i giudizi di condanna dei totalitarismi, a partire sempre da Pio XI fino ad oggi. I papi danno molta importanza al rapporto tra diritto e morale, specialmente a partire dal pontificato di Pio XII, che insiste molto sulla nozione di diritto naturale, che mutua da Leone XIII, e che pure si ritrova nei pontificati successivi, fino a
Leone XIV, per giustificare gli interventi pubblici del cattolicesimo, che vanno intesi non secondo una ottica di ierocrazia, ma secondo le esigenze proprie della ragione umana, che Benedetto XVI considera aperta.
C’è un nucleo di principi che vengono presentati come “valori non negoziabili” da Benedetto XVI e che Leone XIV li considera come strettamente congiunti al bene comune. E per questa ragione che nel 2026 Papa Prevost interviene con la Magnifica humanitas per parlare non solo di intelligenza artificiale (come è passato per il grande
pubblico), ma di tutta la Dottrina sociale cattolica applicata alle nuove sfide del XXI secolo (tra cui l’intelligenza artificiale, ma non solo), avendo come criterio la dignità della persona umana, capita secondo la ragionevolezza umana e l’intelligenza illuminata dalla fede. Un intervento coerente con tutto ciò che l’ha preceduta. È la Dottrina sociale della Chiesa cattolica.
LE TAPPE_ Oltre un secolo di Dottrina sociale Con la Rerum novarum del 1891, Leone XIII inaugura il Magistero sociale, offrendo una risposta cristiana alla questione operaia. Da allora la Dottrina sociale accompagna le grandi trasformazioni del mondo: Pio XI elabora il principio di sussidiarietà durante la crisi degli anni Trenta; Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II pongono al centro diritti, pace e dialogo; Paolo VI lega sviluppo e giustizia; Giovanni Paolo II riflette su lavoro, solidarietà e democrazia; Benedetto XVI interpreta la globalizzazione; Francesco integra ambiente, fraternità e cura della casa comune.