Rinnovare la visione della Centesimus Annus: il pensiero sociale cattolico di fronte alle sfide alla libertà e al pluralismo

Da Michael Drissen. Professore di Scienze politiche presso la John Cabot University, Ansari Institute for Global Engagement with Religion, Università di Notre Dame, Stati Uniti

L’editoriale affronta le sfide che il pensiero sociale cattolico è chiamato a fronteggiare in un contesto internazionale sempre più complesso. Al centro della riflessione vi sono i temi della libertà, del pluralismo e della necessità di rinnovare il multilateralismo e il diritto internazionale per promuovere il bene comune

Rinnovare la visione della Centesimus Annus: il pensiero sociale cattolico di fronte alle sfide alla libertà e al pluralismo*

Come costruire nuovi quadri di riferimento per il multilateralismo e il diritto internazionale

Negli ultimi dieci anni ho lavorato a un progetto che definisco “Politica globale del dialogo interreligioso”. Utilizzo questo termine per riflettere sulla trasformazione in atto delle tradizioni religiose nella tarda modernità e per indicare i loro tentativi di articolare una visione della cooperazione internazionale in tale contesto.

Considerato come una sorta di movimento o ideale globale, il dialogo interreligioso ci offre una buona comprensione di ciò che le tradizioni religiose globali stanno perseguendo in termini di politica e teologia nella tarda modernità. Uno degli aspetti interessanti – forse ironico, ma certamente non casuale – è che il recente sviluppo del dialogo interreligioso sulla scena internazionale e l’interesse dei responsabili politici a impegnarsi in tale progetto hanno coinciso con l’insorgere di una grave crisi del liberalismo secolare come filosofia politica guida delle democrazie occidentali, i cui valori hanno anche motivato la cooperazione internazionale come progetto condiviso. Da un lato, quindi, esiste uno stretto legame tra la crisi del liberalismo politico e la crisi di un sistema internazionale che era stato costruito su di esso per facilitare la cooperazione. Dall’altro lato, esiste anche uno stretto legame tra la crisi di entrambi questi elementi e la riemersione di attori, tradizioni, intuizioni filosofiche e movimenti religiosi come dinamiche principali all’interno della politica internazionale.

Ora, questa non è la prima volta che il liberalismo, la democrazia e il sistema internazionale si trovano in crisi, né la prima volta che, di conseguenza, le tradizioni religiose si sono seriamente impegnate con gli Stati e le organizzazioni internazionali. In una delle interpretazioni della nascita della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, infatti, le tradizioni religiose hanno svolto un ruolo chiave nel fornire le basi morali e normative – o, come ha affermato il mio collega Robert Hefner, nell’estendere le epistemologie morali e normative su cui si fondano entrambi i documenti e le organizzazioni. Così facendo, hanno infuso in questi documenti una speranza spirituale e, cosa fondamentale, una carica spirituale di fronte alla guerra globale e alla devastazione. I loro tentativi in tal senso potrebbero essere interpretati come un primo esercizio riuscito di dialogo interreligioso – specialmente se si considerano le deliberazioni dell’UNESCO, che hanno coinvolto importanti e diversi pensatori religiosi e filosofici e hanno prodotto un quadro operativo in cui inquadrare i diritti umani.

Tra gli altri, Jacques Maritain è una figura chiave in questa storia, così come lo è stata la sua concettualizzazione dell’umanesimo integrale o cristiano, che avrebbe influenzato sia quei dibattiti sia le successive deliberazioni del Concilio Vaticano II, in particolare la Dignitatis Humanae. E ritengo che, nell’affrontare l’attuale crisi dell’ordine internazionale e del multilateralismo, sia utile tornare agli elementi fondamentali della risoluzione politica e religiosa che rese l’umanesimo cristiano una risposta così feconda alla crisi della modernità del suo tempo, e farlo con occhi nuovi. Il cuore animatore dell’umanesimo cristiano – secondo cui tutti gli esseri umani sono stati creati da Dio con una dignità inviolabile; tale dignità richiede la libertà religiosa; e sia la dignità che la libertà richiedono lo sviluppo di una pratica di cittadinanza più inclusiva e attiva per essere realizzate – ha offerto una formula di base per creare e valutare le istituzioni a tutti i livelli della politica – il modo in cui concepiamo il sistema internazionale, lo Stato e la politica locale – e, a mio avviso, può aiutarci a farlo anche oggi.

E in questo senso, l’umanesimo cristiano rappresenta una sorta di arco storico – che collega i pontificati dal Concilio Vaticano II, passando per la Centesimus Annus, fino a Papa Francesco – la cui esclamazione «Gesù è il nostro umanesimo» rimane un appello all’umanesimo cristiano vivo quanto qualsiasi altro – che può essere recuperato oggi. E una delle interpretazioni della Magnifica Humanitas di Papa Leone è che essa rappresenti un tentativo di fare proprio questo, in un modo che applica deliberatamente quella tradizione a ciò che Papa Leone definisce la «crisi del multilateralismo». Nel prosieguo di queste osservazioni vorrei sottolineare due punti riguardo al rinnovamento e/o alla rilettura dell’umanesimo cristiano nel nostro tempo di sconvolgimenti internazionali.

In primo luogo, vorrei sottolineare come questi vari elementi, nel loro insieme, indichino la necessità di recuperare quello che definirei un senso perduto della vocazione politica del cittadino cristiano. Forse, avendo ritenuto che la questione della politica fosse stata risolta, negli ultimi 50 anni la teologia cristiana e i movimenti ispirati all’umanesimo cristiano hanno lasciato troppo spazio ad altre narrazioni religiose per colmare il vuoto politico. Ciò include visioni cristiane alternative della politica che abbracciano il nazionalismo e l’autorità in modi pericolosamente in contrasto con una concezione umanistica cristiana della libertà e della dignità. E forse, soprattutto oggi, voglio ricordare la parte relativa alla «vocazione» di quella chiamata. Nelle loro opere, Maritain e Lubac hanno scritto con toni appassionati dell’eroica urgenza spirituale dell’umanesimo integrale, che conduce al sacrificio per il bene comune e alla comunione sociale sulla base dell’amore di Dio e dell’amore per il prossimo. Maritain e Lubac hanno scritto in modo commovente – in modi che, credo, abbiamo ormai dimenticato – della testimonianza e della forza dell’amore fraterno e della solidarietà verso gli emarginati, nonché del gusto della comunione umana che ciò ispira nei cuori umani per trasformare il mondo di conseguenza. Non credo che si possa valutare adeguatamente la mobilitazione degli attori cattolici impegnati nella politica democratica e nella costruzione di strutture internazionali durante questo periodo senza una certa comprensione di ciò che i miei colleghi Rosario Forlenza e Bjorn Thomassen definirebbero la spiritualità politica del movimento. Maritain si riferiva a questo come alla «linfa dei Vangeli», scrivendo: «Dal momento in cui comprendiamo di essere fatti per le beatitudini, non abbiamo più paura della morte, ma non possiamo nemmeno più rassegnarci all’oppressione e alla schiavitù dei nostri fratelli e delle nostre sorelle e aspiriamo, anche in questa vita terrena, a uno stato di emancipazione degno della loro dignità.»

Qui Maritain concepisce la democrazia non solo come una risposta intellettuale al nazionalismo e all’isolazionismo – sebbene ciò sia chiaramente importante anche nella sua opera – ma anche come una fede viva, ciò che egli definiva uno «stile di vita globale», un luogo in cui i poveri possano essere benedetti, in cui coloro che sono perseguitati per la giustizia possano costruire un regno di giustizia e in cui i nemici possano essere amati. In questa ottica mi colpisce il modo in cui Papa Leone conclude Magnifica Humanitas richiamando il Magnificat di Maria come fonte di ispirazione per la politica, vale a dire come luogo in cui i potenti possono essere abbattuti dai loro troni. C’è un forte richiamo democratico in quella frase, specialmente se vista alla luce della crisi della democrazia odierna. O come dichiarò Henri Bergson nel 1932, e come citato da Maritain: «L’essenza della democrazia è evangelica e l’amore è il suo motivo determinante». Si tratta di un impulso spirituale, che richiede un rinnovamento culturale e politico e che richiede anche un’organizzazione sociale, una testimonianza sociale concreta e una comprensione concreta del rapporto di entrambi con lo Stato. Credo che la denominazione di questo progetto sia importante. Di fronte al nazionalismo cristiano – con organizzazioni che usano con orgoglio tale titolo – penso che non dovremmo aver paura di definirci «umanisti cristiani» e «democratici cristiani» – almeno con la «d» minuscola – cristiani che sono co-creatori della società civile e della politica che costruisce la nostra vita comune.

Un ultimo punto. Vorrei sottolineare un filo conduttore che attraversa tutto questo e che riguarda il dialogo – e in particolare il dialogo interreligioso – come elemento chiave di questa visione dell’umanesimo e del tipo di cooperazione internazionale che essa immagina. Qui dobbiamo parlare di umanismi religiosi al plurale. Proprio come all’epoca della stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, oggi abbiamo molteplici umanismi religiosi impegnati in un simile tentativo di rinnovamento morale e normativo in risposta alla crisi internazionale. Ciò indica che le tradizioni religiose – sempre al plurale e in collaborazione tra loro – hanno collegato una concezione, conferita da Dio, della dignità umana e della sacralità della vita alla necessità di rinnovate solidarietà sociali per i diritti inclusivi, la formazione alla cittadinanza e la cooperazione internazionale

Queste comunità religiose lo hanno spesso fatto in modi espliciti e sorprendenti, riportando al centro le Nazioni Unite come luogo di salvaguardia di tali diritti, e per farlo si sono ricollegate a varie tradizioni di umanesimo religioso. Mi viene in mente, a questo proposito, il movimento dell’Islam umanitario in Indonesia come esempio significativo, ma ce ne sono altri. In conclusione, queste dinamiche, considerate nel loro insieme, offrono opportunità per la creazione e il rafforzamento di nuove alleanze multiconfessionali e multistakeholder a favore della cooperazione internazionale, che è il titolo di un recente libro bianco co-sponsorizzato da Globethics, Wilton Park, UN Faith for Rights e l’Unione Interparlamentare, alla cui stesura ho contribuito. Queste nuove forme di collaborazione tra responsabili politici e attori religiosi potrebbero essere interpretate e colte come l’inizio di un nuovo e più ampio ciclo di dialoghi globali volti a rinnovare le fondamenta morali e normative della cooperazione internazionale di fronte alla crisi globale.

*Tradotto dal”originale in lingua inglese