La passione per la libertà

Flavio Felice

Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, Università del Molise; Ordinary Research Professor Catholic University of America, Washington DC

In un’epoca di profonde trasformazioni come quella che stiamo vivendo il richiamo alla Dottrina sociale della Chiesa assume un carattere profetico, capace, in termini agostiniani, di mettere in luce i tratti salienti di un presente ricco di incognite, rischi e sfide che interpellano la persona nella sua dimensione più profonda: la libertà e la responsabilità.

È questo il senso del convegno organizzato dalla Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, che si terrà a Roma nei giorni 28 e 29 maggio. Si tratta di un’importante occasione per interrogarsi sulle sfide del presente alla luce della Dottrina sociale, riflettendo su come aggiornare il messaggio dell’enciclica Centesimus annus (1991). La prima giornata, dedicata all’assemblea generale della Fondazione, avrà come titolo: “Catholic Social Thought Facing the Challenges to Freedom and Pluralism in a Disordered Economy and Society. Renewing the Vision of Centesimus Annus”; mentre, nella seconda giornata, dedicata alla conferenza internazionale, l’argomento sarà il seguente: “A Fragmented World in Search of Spirituality: Freedom and Pluralism from Within the Social Doctrine of the Church”. Per ulteriori approfondimenti sui temi e sugli obiettivi dell’iniziativa, si rinvia alla concept note della conferenza.

Il cuore dell’incontro sarà la riflessione sulle categorie politiche, economiche e culturali della libertà e del pluralismo e su come queste categorie sfidino il mondo contemporaneo, fortemente scosso da guerre, crisi economiche, finanziarie e dilemmi etico-culturali. A tal proposito, prendendo spunto dalla dimensione politologica, si intende offrire una riflessione, necessariamente breve, per inquadrare le questioni del pluralismo e della libertà nel contesto culturale del pensiero sociale cattolico.

Con particolare riferimento al tema della libertà, si ricorda quanto affermava don Luigi Sturzo: «La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca, si muore. La libertà è come la vita; la vita è presente in tutti gli atti, in tutti i momenti; se non è presente è la morte. La libertà è dinamismo che si attua e si rinnova; se cessa l’attuazione e il rinnovamento, vien meno il dinamismo. […] la libertà si attua ogni giorno, si difende ogni giorno, si riconquista ogni giorno». La libertà, dunque, è una precondizione della democrazia, del mercato e del vivere civile degno dell’essere umano, e si concretizza nella vicenda umana di ciascuno di noi mediante la promozione e la difesa della dignità di ogni persona, nel contesto politico, economico e culturale.

Seguendo questa linea di pensiero, profondamente radicata nel Magistero sociale della Chiesa e fortemente presente in tutto il pensiero sociale cattolico, bisognerebbe distinguere tra coloro che amano la libertà per profonda convinzione e coloro che dicono di amarla, ma solo a parole. La differenza tra le due categorie di persone è sostanziale: per i primi, la libertà rimedia ai mali che può produrre, in quanto suscita nuove energie, promuove la formazione di libere associazioni e rappresenta il lievito morale del relativo pluralismo politico, economico e culturale. Per i secondi, invece, la libertà è qualcosa di pericoloso, da simulare per ragioni di opportunità, ma da mettere sotto tutela per prevenirne i rischi. È questa, secondo Sturzo, ma anche per un importante autore come Alexis de Tocqueville, la grande paura della libertà che interessa le oligarchie di ogni tipo, siano esse politiche o economiche.

Collegata al tema della libertà è la questione del pluralismo. In termini civili, il pluralismo può essere declinato in una miriade di significati. Avendo come riferimento la Dottrina sociale della Chiesa, si ritiene sia opportuno ricordare che Papa Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate (2009), per descrivere il tipo di assetto politico-istituzionale più adatto a rappresentare un contesto civile pluralistico, ha utilizzato l’aggettivo “poliarchico”.

Il concetto di “poliarchia” è ampiamente diffuso nella letteratura politologica grazie all’opera di Robert A. Dahl. Tuttavia, la nozione di “plurarchia” di Sturzo può esprimere in maniera più profonda il senso dell’espressione di Benedetto XVI: «La globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la libertà sia per risultare concretamente efficace» (Cv, n. 57).

Poliarchia e plurarchia, nel senso sturziano e ratzingeriano, rimandano a un contesto sociale più ampio, in cui, accanto alla sfera politica, vi sono tante altre sfere di eguale dignità: quella economica, religiosa, artistica, e tutte produttrici di un particolare tipo di bene comune. La società, dunque, non è un insieme di individui isolati e non comunicanti, ma un sistema di esperienze e coscienze personali. In questa prospettiva, partecipare significa dunque prendere parte in maniera personale o associativa, contribuendo ad affermare le ragioni della propria esistenza nel processo di costruzione dell’opinione pubblica. In tal senso, il pluralismo può essere inteso come un contesto sociale retto da un ordine prodotto e mantenuto dal continuo interferire e competere di molteplici e reciprocamente irriducibili principi regolativi.

La passione per la libertà, che si nutre ed è nutrita dal pluralismo, è una consacrazione della dignità umana in tutte le sue declinazioni. Per questa ragione, come amava affermare il compianto maestro Dario Antiseri, la passione per la libertà va di pari passo con il rischio della libertà, un rischio che potrebbe tradursi nella rinuncia volontaria alla libertà stessa, in nome della paura, del risentimento, dell’irresponsabilità, della cultura della delega e della fascinazione per la leadership. Un rischio che corriamo quotidianamente, soprattutto in questi sciagurati giorni di guerra, proprio perché abbiamo la fortuna di vivere in società tendenzialmente aperte per le quali i nostri padri hanno dimostrato di avere la forza e il coraggio di sacrificare anche la loro vita.