TÉLÉCHARGER L’ÉDITORIAL EN FRANÇAIS

Un pellegrino di speranza nel Mediterraneo orientale (tradotto dall’originale in francese)

La storia ricorderà che, per il suo primo viaggio apostolico, Papa Leone XIV ha scelto le rive del Mediterraneo orientale, culla del cristianesimo, recandosi successivamente in Turchia e in Libano. In Turchia, il Santo Padre ha celebrato con particolare intensità il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Ne ha sottolineato il significato veramente comune a tutte le confessioni cristiane, in particolare incontrando il patriarca ecumenico Bartolomeo, primate della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, nel suo palazzo del Fanar, visitando la cattedrale apostolica armena di Istanbul o incontrando i responsabili delle Chiese e delle comunità cristiane nella Chiesa siro-ortodossa di Mor Ephrem. Questo viaggio è stato anche l’occasione per dialogare con i musulmani, in particolare durante la sua visita alla famosa moschea del sultano Ahmet.

In Libano, come Paolo VI nel 1964, Giovanni Paolo II nel 1997 e Benedetto XVI nel 2012, il Papa si è recato al capezzale di un Paese martoriato. Al suo ritorno, tuttavia, ha ricordato che il Paese dei Cedri rimane un «mosaico di convivenza». Ha incontrato i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e gli operatori pastorali nel santuario di Nostra Signora del Libano a Harissa. Ha pregato sulla tomba di San Charbel Makhlouf, nel monastero di San Maroun, ha dialogato con i giovani libanesi e si è raccolto in silenzio davanti al monumento in omaggio alle vittime dell’esplosione del porto di Beirut. Di questo viaggio di eccezionale intensità, ricordo due parole che ne costituiscono i veri punti cardinali e che ci permettono di approfondire, con rinnovato slancio, la dottrina sociale della Chiesa.

L’unità, innanzitutto. L’unità dei cristiani, naturalmente, ma anche l’unità della famiglia umana. Il Papa lo ha espresso con forza: «La riconciliazione è oggi un appello che viene da tutta l’umanità afflitta dai conflitti e dalla violenza. Il desiderio di una piena comunione tra tutti i credenti in Gesù Cristo è sempre accompagnato dalla ricerca della fraternità tra tutti gli esseri umani. Nel Credo di Nicea professiamo la nostra fede “in un solo Dio, Padre”; tuttavia, non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio. Esiste una fraternità e una sorellanza universali, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione».

La pace, poi. Durante la messa celebrata il 2 dicembre a Beirut, il Santo Padre ha esortato i cristiani: «Quando i risultati [degli] sforzi per la pace tardano ad arrivare, […] alzate gli occhi verso il Signore che viene! Guardiamolo con speranza e coraggio, invitando ciascuno a impegnarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace. Siate artefici di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!».

Ai giovani riuniti davanti al patriarcato maronita di Antiochia, che gli chiedevano dove trovare il punto di ancoraggio che permette di perseverare nell’impegno per la pace, ha risposto: «Questo punto di ancoraggio non può essere un’idea, un contratto o un principio morale. Il vero principio di una vita nuova è la speranza che viene dall’alto: è Cristo stesso!». E aggiunse: «La pace è veramente sincera quando io faccio all’altro ciò che vorrei che lui facesse a me (cfr. Mt 7,12). Ben ispirato, san Giovanni Paolo II diceva che «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono» (Messaggio per la 35ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2002 […]; è così: dal perdono nasce la giustizia, e la giustizia è il fondamento della pace.»

Con questa insistenza sull’unità e sulla pace, il Santo Padre mette in luce due sfide essenziali del nostro tempo, in particolare per l’intero bacino del Mediterraneo.

Abbiamo davvero bisogno di unità e pace nel Mediterraneo, soprattutto in un momento in cui le tensioni internazionali sono in aumento e il rumore delle armi è sempre più minaccioso. La sete di potere e di profitto da parte di alcuni leader irresponsabili espone l’umanità a pericoli terribili, con disprezzo per le persone e i popoli, specialmente i più poveri e i più svantaggiati. Potremmo sentirci impotenti di fronte a tali sfide e divisioni. Eppure, con l’avvicinarsi del Natale, ricordiamo che il Signore ha scelto di salvarci facendosi un piccolo bambino, sballottato dalla storia, cacciato dai potenti, membro di una Sacra Famiglia costretta a fuggire in Egitto, come tanti migranti oggi, in fuga dalla miseria, dalla guerra e dalla corruzione che devastano i loro paesi d’origine. Ma Dio non abbandona coloro che si affidano a Lui. Il Bambino è cresciuto, la sua Parola, il suo messaggio, le sue azioni, poi la sua condanna, la sua morte e la sua risurrezione hanno agito sul mondo come un fermento, come un piccolo seme che matura e cresce, come un quasi nulla che cambia tutto. Noi siamo qui per testimoniarlo e per condividere la speranza che ci ha dato la sua chiamata. La speranza non è un vago ottimismo: è una scelta esigente, persino eroica. Un grande romanziere francese, Georges Bernanos, che si impegnò nella guerra di Spagna e soggiornò a Barcellona nell’estate del 1936, in un periodo altrettanto turbolento a livello internazionale, scrisse queste frasi forti che vi sottopongo alla vostra riflessione:

«La speranza è una determinazione eroica dell’anima, e la sua forma più alta è la disperazione superata. Si crede che sia facile sperare. Ma sperano solo coloro che hanno avuto il coraggio di disperare delle illusioni e delle menzogne in cui trovavano una sicurezza che scambiavano erroneamente per speranza. La speranza è un rischio da correre, è addirittura il rischio dei rischi. La speranza è la vittoria più grande e più difficile che un uomo possa ottenere sulla propria anima… Si arriva alla speranza solo attraverso la verità, al prezzo di grandi sforzi. Per incontrare la speranza, bisogna aver superato la disperazione. Quando si arriva alla fine della notte, si incontra un’altra alba. Il demone del nostro cuore si chiama «A che serve!».

A tutti i membri, amici e partner della Fondazione “Centesimus Annus – Pro Pontifice”, auguro un sereno Natale e un bellissimo, felice e santo anno 2026, saldamente ancorato alla speranza!

+ Jean-Marc Cardinal Aveline